I beni culturali sono il più importante bene che ha una comunità e andrebbero liberati da ogni forma di condizionamento e di coercizione. Il caso del prestito delle “Sette Opere della Misericordia” di Caravaggio

Ha ragione il maestro Riccardo Muti. Purtroppo, come dimostrano le ultime affermazioni di noti “fucilieri del no”, la concezione elitaria e conservatrice della cultura che ha impedito a Napoli il prestito delle “Sette Opere della Misericordia” di Caravaggio da parte del Pio Monte di Pietà in favore del Museo di Capodimonte, nonostante lo spostamento del dipinto, di poche centinaia di metri, fosse stato ritenuto sicuro dai due Enti e dalla competente Soprintendenza, determina, a mio avviso, danni gravi non all’economia, ma alla cultura nel suo più alto significato e senso, impedendo, per logiche legittime ma per fortuna superate e vetuste, il pieno e diffuso godimento da parte di tutti del patrimonio culturale.

L’attuale politica culturale del Museo di Capodimonte, ispirata a coniugare rigorosi criteri scientifici con intenti di apertura alla cittadinanza, oltre che di sinergia tra le diverse istituzioni napoletane, esprime la più alta funzione dei beni culturali che è quella di promuovere la crescita spirituale delle comunità, superando la falsa contrapposizione tra tutela e valorizzazione.

I beni culturali sono per certi aspetti il più importante bene che ha una comunità la cui appartenenza collettiva non legittima nessuno a farne esclusivo oggetto in nessun caso di azioni escludenti e privatistiche salvo nei casi in cui è prioritaria la tutela del bene al fine di evitarne un possibile depauperamento, cosa che, nel caso di specie, gli uffici tecnici competenti avevano del tutto escluso.

Con i divieti posti a prestiti di opere a paesi terzi o a presenze autorevoli e giustificate da parte di nazioni straniere nelle nostre istituzioni culturali, si registra un cambio di atteggiamento e di visione strategica nella gestione del nostro patrimonio culturale.

Se le condizioni di partnership rispondono a interessi come: l’aumento delle possibilità di accesso alla cultura nel paese partner, il conseguimento per l’Italia di un rilevante risultato sia scientifico, economico che di immagine, esprimersi negativamente su queste fondamentali collaborazioni determina un grave danno sia per la cultura che per il sistema produttivo italiano e, specialmente, per la riconosciuta leadership culturale dell’Italia nel mondo.

Le recenti scelte operate a Napoli come in altri casi simili, in linea teorica pienamente legittime, in realtà rappresentano un preoccupante fenomeno sempre più presente ed evidentemente ideologico che, a mio avviso, ci riporta ad un’infelicissima era in cui i “sacerdoti del no” tristemente imperavano e che, forse, qualche nostalgico di quel periodo vorrebbe restaurare.

La Cultura perché possa sviluppare davvero i suoi benefici su tutti va liberata da ogni forma di condizionamento e di coercizione, non dimenticando ovviamente il fortissimo valore simbolico che essa ha sia quando è  strumento di esaltazione del momentaneo detentore del potere o, dissacrante e rivoluzionaria, quando è fatta oggetto di manifestazione ribelle di chi quel potere contrasta.

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da Il Foglio del 14 Marzo 2019

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